LE CERAMICHE BIANCHE DI SILVANO D’ORSI

“Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni,

e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita”

W. Shakespeare


Le parole di Shakespeare raccontano queste opere.

Le forme sono perfette e luminose nel bianco irreale che le proietta nell’immaginario. Quei pantaloni e giacche e cappotti sono tenuti in piedi da qualcosa che non è della realtà e dell’esperienza. Sono capi di vestiario quotidiani e attuali, eppure vengono da un altrove che è quello del sogno. Sono fatti di quella materia perciò ci raccontano qualcosa di noi che non sappiamo, sentimenti nascosti in gesti ripetuti, fatti meccanicamente e senza coinvolgimento.

Ecco che ora quelle cose prendono vita e ci parlano un loro linguaggio fatto di grazia e di umiltà, ma anche del grande mistero dell’essere al mondo come cose o come persone, soggette al tempo e allo spazio, solide e fugaci come i sogni.

La stessa impressione danno il corpo femminile e la la testa del cavallo, forme di eleganza sinuosa, tutti e due simboli di bellezza e perfezione. Qui però il candore smaltato li accomuna ai vestiti in una visione che sposa la preziosa lucidità e lo studio alla commozione, in creazioni pensose e astratte, sorridenti e malinconiche.

   

Uomo del Sud, di Gioia Sannitica, discendente di quella popolazione italica che importava opere d’arte dalla Grecia e dalla Magna Grecia, ha ereditato quella perfezione innata del segno, quella magia di bellezza che gli intellettuali della fine del ‘600, anche dopo geni indiscussi come Leonardo e Raffaello, Michelangelo e Caravaggio, ritenevano che mai fosse stata eguagliata. La stessa magia ha il segno di Silvano D’Orsi, ma la bellezza non basterebbe a spiegare il fascino che esso suscita.

Le sue opere di oltre 40 anni fa sono già sicure e dense di significato; la prima che mi sono trovata a studiare è un dipinto murale a Mugnano (PG) del 1983: due donne che hanno già un’intrigante combinazione di astrazione e sensualità, combinazione così difficile che ancora caratterizza le donne di D’Orsi. Dicendo “donne” non tengo conto della loro evoluzione successiva: hanno perso la testa sostituita da grandi elegantissimi cappelli. Così quei corpi sinuosi, gambe lunghissime e seni turgidi sono tremendamente attraenti ma anche ambigui.

In realtà non dipingere o scolpire i visi è anche il modo di non caratterizzare come individualità riconoscibili i personaggi. Così essi diventano ognuno e chiunque, ciascuno di noi, pirandellianamente identificati da abiti e maschere.

La metafisica assenza dell’individuo si veste di bellezza.

In un vecchio testo che parlava dell’arte greca del III millennio A.C. ho trovato una definizione che cito liberamente a memoria. L’arte greca nasce dalla commozione autentica e primigenia sublimata in forme non contingenti e periture ma improntate a valori assoluti.

Silvano d’Orsi ha respirato fin dall’infanzia quell’arte e ne ha colto il senso più autentico. Ha raccolto la percezione della bellezza e l’emozione che questa suscita e ha da sempre impresso alle sue creazioni quella purezza del segno che deriva dalla sublimazione del soggetto.

Se vogliamo credere alla definizione dell’Arte data da Aristotele, che l’arte è mimesis, imitazione della realtà, D’Orsi fa della realtà umana una rappresentazione intensamente poetica attraverso i suoi manichini e abiti vuoti.

Si è parlato molto di ironia per i quadri e sculture del Maestro, ma dietro alla riflessione ironica sul culto dell’apparenza nella società contemporanea, c’è anche un senso di struggimento, di anelito ad un’integrità perduta. Ma posseduta mai davvero? Forse il ruolo dell’arte è sempre stato quello di costruire quell’identità e armonia che l’umanità ha intravisto e desiderato ma alle quali si è sentita vicina solo in momenti speciali. L’arte di D’Orsi, attraverso la grazia implacabile delle forme, crea tali momenti speciali ma contemporaneamente ne svela l’inganno e si inserisce con diritto nella storia dell’arte.

Rita Castigli